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GALLERIA VITTORIO EMANUELE II – MILANO

Nel pieno centro milanese troviamo la celebre e nota Galleria Vittorio Emanuele II, una galleria ricca di negozi e locali di un certo spessore, costruita tra il Duomo e il Teatro della Scala. Costituisce uno tra i più chiari esempi dell’architettura in ferro a livello europeo, oltre a rappresentare l’archetipo della galleria ottocentesca. La sua struttura fu presa a modello anche per la realizzazione di altre due gallerie italiane: la Galleria Umberto I di Napoli e la Galleria Vittorio Emanuele III a Messina. Fin da quando fu inaugurata sul finire del 1800 è stata il punto di ritrovo della borghesia milanese, tant’è che è stata soprannominata come “il salotto di Milano”. Ancora oggi, al suo interno, sono aperti due caffè storici: il Caffè Biffi e il Caffè Camparino, ed esiste un regolamento comunale che prevede che ogni esercizio che apre all’interno della Galleria deve avere l’insegna con la scritta in oro su sfondo nero.
La storia della realizzazione della Galleria è molto lunga: l’idea di far costruire questo passaggio tra le due piazze fu portata avanti dallo scrittore e patriota Carlo Cattaneo negli anni ‘40 dell’Ottocento. Sappiamo che il Comune di Milano indisse ben tre volte il bando per il concorso per la realizzazione della Galleria; tutto ciò non perché non vi furono partecipanti, ma perché venivano costantemente modificate le linee guida. Fin da subito era chiaro che la futura Galleria sarebbe stata dedicata al Re: un bel gesto, data l’indipendenza dall’Austria, per dimostrare la gratitudine del popolo milanese nei suoi confronti, se non fosse per il fatto che il Comune sperava, in questo modo, di ottenere più facilmente dei permessi per degli espropri. Nonostante la partecipazione di molti italiani, sappiamo che il progetto accettato fu quello dell’emiliano Giuseppe Mengoni, nonostante sia stato costretto ad apportare qualche modifica al suo progetto e che l’appalto per la costruzione della Galleria fu vinto da una società inglese. Si stima che il costo dei lavori sia stato di circa 30 milioni di lire italiane dell’epoca, attualizzabili circa a 90 milioni di euro. Ci vollero vent’anni per arrivare alla cerimonia per la posa della prima pietra che segnava l’avvio ai lavori e fu proprio il Re a decretarne l’inizio. L’ironia del destino volle che Mengoni non vide mai realizzato il suo progetto perché, durante un’ispezione, morì cadendo da un’impalcatura. Non si è mai saputo se si sia trattato di un incidente o di un suicidio. Nonostante il successivo fallimento della società appaltatrice, la Galleria fu ultimata in tempi record: tre anni di lavori per dare alla luce una struttura formata da un braccio principale di 200 metri e uno secondario di 100 metri. Nel punto d’incrocio dei due bracci, vengono realizzati dei dipinti nelle lunette che rappresentano i continenti. Sul pavimento, invece, vengono rappresentati con dei mosaici i simboli delle più importanti città italiane, tra questi uno rappresenta un toro: il simbolo della città di Torino. La tradizione (o l’inamicizia tra le due città) afferma che girare per tre volte col piede destro sui genitali del toro porti fortuna.

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